Il giardino di Palazzo Giaconìa
Il giardino di Palazzo Giaconìa

Sarà un’apertura straordinaria, che durerà giusto il tempo delle feste natalizie, quella che permette a visitatori locali e turisti di poter dare uno sguardo e fare quattro passi in uno spazio inedito del capoluogo salentino. Mi riferisco al giardino di Palazzo Giaconìa, a ridosso delle mura urbiche di Lecce e annesso al Bastione San Francesco anch’esso recentemente restaurato (ma soggetto a visite calendarizzate nel periodo estivo e per il restante periodo dell’anno chiuso al pubblico). È un peccato che anche questo luoghi, come altri già prima – il bastione appunto e il complesso degli Agostiniani -, sarà fruibile solo con scadenza: per i curiosi, interessati o più fortunati che capiteranno a Lecce a passare da via Calasso, il giardino sarà visitabile fino al 6 gennaio 2019, l’Epifania porterà via non solamente tutte le feste ma anche l’accesso a questo piccolo angolo valorizzato e rivalutato nel centro storico.

Un ponte di ferro gettato sul fossato delle mura urbiche e un tratto di via romana riportata alla luce durante i lavori di scavo, conduce il visitatore attraverso un arco aperto nelle mura, come uno squarcio nei blocchi dorati di pietra leccese che dovevano difendere la città. La cornice di calcare locale inquadra uno scorcio di palme e aranci nel giardino di Palazzo Giaconìa, cinquecentesco palazzo aristocratico che all’inizio del Novecento fu riadattato per ospitare l’Istituto per non vedenti voluto dalla lucana Anna Antonacci e a lei intitolato.

Il giardino si distribuisce su due livelli collegati da una breve scalinata. Dalla terrazza d’ingresso corrispondente al tratto di mura urbiche, una stretta scaletta di pietra permette di risalire in pochi passi su un camminamento di ronda, annesso a breve distanza alle terrazze dell’adiacente bastione San Francesco. Il vecchio camminamento è ingentilito dall’accenno di un pergolato che riporta alla memoria riposanti passeggiate all’ombra, con uno sguardo alla città fuori le mura, laddove un tempo si estendeva solo la campagna circostante e sicuramente era possibile scorgere il profilo dell’antica chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo (oggi attigua al cimitero monumentale) e la cilindrica costruzione dell’angioina Torre di Belloluogo. Riconducendo lo sguardo all’interno delle mura cittadine la visuale nel ritrovato giardino di Palazzo Giaconìa.

Svettano le palme sulla prima terrazza, tra le geometriche aiuole, mentre dalla balaustra in pietra locale si scorge il livello più basso del giardino, riprendendo la soglia stradale, dove alberi di arance ricordano gli agrumeti che un tempo dovevano estendersi intorno alla città, come ricordano alcune fonti storiche. Un portone permette di lasciarsi il giardino alle spalle e fare ingresso diretto nel centro storico di Lecce, in piazza dei Peruzzi, a pochi passi dalla Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dell’ormai abbandonato convento dei Padri Minori di San Francesco di Paola. E proprio da qui che parte la storia di questo luogo, quando monsignor Giaconìa, discendente di una nobile stirpe leccese, desiderò costruire intorno alla metà del XVI secolo una dimora degna del suo casato e ottenne dai Padri una parte quel lotto di terreno dell’area della vicina Santa Maria degli Angeli. E qui cominciò a costruire un magnifico palazzo che è l’evidente frutto di più fasi di costruzioni attuate in tempi successivi e dai diversi proprietari seguiti al prelato.

Quest’ultimo di fatto lo usò per ben poco tempo, vendendolo all’umanista Don Vittorio dè Prioli, sindaco di Lecce nel 1593, che si insediò nel palazzo che aveva gà allora un ampio cortile che immetteva in un suggestivo giardino”odoroso di agrumi” dove il celebre conte umanista “raccolse ai suoi tempi, fra laureti e mirteti e sceltissimi fiori, colonne, bassorilievi, iscrizioni, statue, e quant’altro di antico aveva raccolto in escavizioni praticate a Lecce, a Rhudiae ed a Salapia” (G.Paladini, “Guida storica e artistica della città di Lecce”), seppure siano perdute le notizie sulla sorte di quella collezione. Il Conte doveva considerare questa residenza un luogo di solitudine e meditazione, lontano dal centro cittadino (essendo all’epoca al “limite” della città, diremmo noi, in periferia). E ancora oggi potrebbe essere uno spazio tranquillo per una passeggiata meditativa o una lettura rilassante. Ci sia augura che ora che è stato “ritrovato” questo luogo non venga nuovamente dimenticato.

Sara Foti Sciavaliere

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