Muretti a secco salentini: proposta dell’Italia a Patrimonio Unesco
Muretti a secco salentini: proposta dell’Italia a Patrimonio Unesco

I muretti a secco pugliesi, simboli per eccellenza della cultura contadina del Salento e della Valle d’Itria, potrebbero diventare patrimonio dell’Unesco. L’Italia, infatti, ha aderito alla candidatura multinazionale della “Tecnica dei muretti a secco” in agricoltura, della quale è capofila è Cipro, partner per la Grecia, insieme a Spagna, Francia e Svizzera. La Commissione Italiana Unesco ha inserito la tecnica agricola tra i beni da tutelare, insieme alla cultura del tartufo e alla Perdonanza celestiana, evento storico religioso che si tiene a L’Aquila.

Gli elementi tipici del paesaggio rurale pugliese che delimitano gli appezzamenti di terreno costruiti da millenni solo con pietre naturali, appoggiate una sull’altra e incastrati a regola d’arte, potrebbero essere inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità da tutelare. Anche va specificato che quella dei muretti a secco un’antica tradizione agricola che unisce l’Italia da Nord a Sud, dalle Cinque Terre al nostro Salento, dalla costiera Amalfitana fino all’isola di Pantelleria.

Le candidature sono state votate all’unanimità dalla commissione italiana per l’Unesco e saranno portate a Parigi. L’eventuale via libera dell’Unesco arriverà però solo nel 2018, dopo i sopralluoghi dei commissari. La tecnica dei muretti a secco è attualmente tutelata anche dalla Forestale, che in più occasioni è intervenuta in diverse zone della regione proprio per denunciare chi li distruggeva o li smantellava per portarsi via le pietre.
In Puglia potrebbe così allungarsi l’elenco dei Patrimoni dell’umanità. Al momento spiccano Castel del Monte, diventato patrimonio Unesco nel 1996, insieme con i trulli di Alberobello. Nel 2011 è stato inserito il santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia, costruito nel 490 dopo Cristo. Senza dimenticare a pochi chilometri dai confini pugliesi i Sassi di Matera: il primo sito iscritto tra i patrimoni dell’Unesco del Sud Italia nel 1993.

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